Per un progetto di AI su un processo non serve un esperto di AI: chi serve davvero
Per portare l'intelligenza artificiale su un processo singolo non serve avere in azienda qualcuno che sappia di intelligenza artificiale. Servono tre persone che ci sono già: chi conosce il processo meglio di tutti, chi tiene aggiornato il dato, e chi ha l'autorità di decidere cosa fare quando il sistema sbaglia. Nessuna delle tre deve imparare niente di tecnico.
Vale la pena dirlo subito perché è l'ostacolo che le imprese italiane dichiarano più di ogni altro. Fra quelle che hanno valutato l'intelligenza artificiale senza poi investirci, il 58,6% indica la mancanza di competenze interne, davanti alla carenza di chiarezza legislativa (47,3%) e ai costi elevati (43,0%). Il dato è della rilevazione ISTAT Imprese e ICT del 2025, su un campione di 26.246 imprese con almeno dieci addetti.
Se vuoi vedere subito se nel tuo caso quelle tre persone ci sono già, l'autovalutazione fa nove domande sul processo e restituisce un quadro in circa tre minuti. Il resto di questo articolo spiega perché sono quelle tre e non altre.
Le tre persone che servono, e cosa devono saper fare
Chi conosce il processo. È la persona che oggi fa il lavoro che si vuole automatizzare, e la sua competenza è l'unica insostituibile. Deve saper rispondere a domande del tipo: quando arriva una richiesta fatta così, tu cosa guardi per primo? E se manca questo dato? E quante volte al mese capita il caso strano? Nessun fornitore lo sa, e nessun modello lo può dedurre.
Il tempo che serve a questa persona è di poche ore, distribuite in due o tre incontri. Non è formazione: è raccontare come lavora.
Chi tiene il dato. Qualcuno deve garantire che l'informazione da cui il sistema legge sia aggiornata e corrisponda alla realtà. Nella maggior parte dei casi è la persona che già la aggiorna oggi, e il cambiamento è che il suo lavoro diventa visibile: se prima un ritardo nell'aggiornamento lo notava solo lei, dopo lo nota anche il sistema.
Questa è la competenza che più spesso manca, e non è tecnica: è organizzativa. Non a caso, nella stessa rilevazione, l'indisponibilità o la scarsa qualità dei dati necessari è il terzo ostacolo, al 45,2%.
Chi decide. Serve una persona con l'autorità di dire cosa succede quando il sistema non sa rispondere o risponde male. Non un comitato: una persona. È la figura che nei progetti che vanno male non è stata nominata, e la decisione finisce per prenderla il fornitore, che è il soggetto meno adatto.
Quali competenze non servono
Non serve assumere. Su un progetto che riguarda un processo solo, la competenza tecnica sta dal lato del fornitore, e assumere per averla in casa ha senso solo quando i processi diventano molti e ricorrenti. È una decisione che si prende dopo, sui numeri veri, non prima per prudenza.
Non serve un corso prima di partire. La formazione fatta a freddo, prima che ci sia un processo concreto su cui esercitarsi, viene dimenticata. Quella fatta durante, sulle proprie cose, resta. Se qualcuno propone un percorso formativo come primo passo, la domanda è su quale processo si eserciterà l'aula.
Non serve capire come funziona un modello. Serve sapere due cose sole: che sbaglia in una quota di casi, e che non sa niente di quello che non gli è stato dato. Tutto il resto è mestiere di chi lo costruisce.
Quello che invece qualcuno dovrà imparare
Una cosa sola, e conviene saperlo prima di firmare: qualcuno in azienda dovrà saper riconoscere quando la risposta del sistema è sbagliata.
È diverso dal saper usare il sistema. Vuol dire mantenere abbastanza dimestichezza con il processo da accorgersi che il numero non torna. In un ufficio dove la persona che sapeva controllare è andata in pensione e nessuno l'ha sostituita, l'automazione diventa pericolosa non perché sbaglia, ma perché nessuno se ne accorge.
La contromisura è banale e va messa nel progetto fin dall'inizio: un campione di controlli periodici, poche unità, fatti da una persona, con un registro di cosa è stato trovato. Costa poco tempo e mantiene viva la competenza che serve.
La domanda da fare a un fornitore
Una, e la risposta si capisce subito: cosa devo saper fare io, fra sei mesi, per non dipendere da voi?
Un fornitore che risponde "niente, ci pensiamo noi" sta descrivendo una dipendenza, e va bene solo se è quello che vuoi. Un fornitore che risponde con un elenco di cose tecniche sta scaricando su di te un lavoro che è suo. La risposta utile sta in mezzo, e riguarda il controllo: chi guarda cosa, con quale frequenza, e come si accorge che qualcosa è cambiato.
Le quattro domande da farsi prima di chiamare qualcuno
Prendi il processo che hai in mente e prova a rispondere a queste cose, da solo, senza chiamare nessuno.
Chi lo fa oggi, e da quanto tempo. Dove sta scritto il dato che serve, e chi lo aggiorna. Quante volte al mese capita il caso che non rientra nella regola. Chi decide quando c'è un dubbio.
Se riesci a rispondere a tutte e quattro, le competenze per partire ci sono, e il resto è mestiere del fornitore. Se ti fermi sulla seconda, il primo progetto non è di intelligenza artificiale: è di riordino del dato, e va chiamato con il suo nome.
L'autovalutazione fa più o meno queste domande in forma ordinata, e ci vogliono circa tre minuti.
